
Il caldo, l’estate con i suoi aromi di gelsomini quasi sfioriti, con le stelle che brillavano senza motivo, gratuitamente per noi, sembrava la cosa più ovvia stare con te come se il resto non esistesse e invece esisteva e come. Incombente. Con la sua presenza opprimente e pesante. Io non volevo guardarla, era troppo riconoscere di nuovo l’errore, riconoscere che sbagliavo ancora una volta in maniera consapevole.
Eppure la musica, la tua pelle erano l’unica soluzione possibile e perciò anche l’unica assoluzione che ora mi do.
Non conti più tu, non hai voluto contare più nulla ed è stato molto duro.
Eppure il sax che suonava nella notte solo per noi, il gatto che si muoveva lento e i tuoi occhi che mi fissavano pieni e brillanti, erano il Tutto.
Era come guardare un film e adesso, dopo tempo, mi accorgo che era esattamente quello che tu volevi: vivere un film, un film romantico ed erotico che fossi io l’attrice non protagonista a vincere l’Oscar con la mia bravura senza pretese.
E tu hai fatto il primo attore e il regista. Non so chi recitava con me, se tu o una controfigura, ma l’unica cosa certa e che a me allora sembrava tutto vero, per quanto fallace e frivolo, mentre ora sembra tutto un sogno. Uno di quei bei sogni che per qualche strano motivo diventano, inspiegabilmente, incubi.
Ma se rileggo adesso quello che ti scrissi in preda ad una rabbia lacerante, mi sento stupida per non aver colto quanto era tutto di passaggio.
Ti perdono, di nuovo, per tutto quello che hai fatto e soprattutto per quello che non hai fatto.
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