Sono alle spalle di uno dei palazzi del potere, in una sera fredda di gennaio.
Un tizio macabro e ossuto apre la porta di un sotterraneo.
Nei meandri della città dei papi, in un antro che puzza di fumo e muffa, le note più rock entrano dritte al cuore, con violenza.
La luce elettrica insieme alle chitarre illuminano le sensazioni che si svegliano all'improvviso, come da un torpore lungo un inverno indefinito. Il rullante le scandisce con potenza.
Sono viva.
La voce calda, un po' strascicata è malinconica, ricorda le illusioni di un mondo che fuori è finito, che è dentro, sotto la pelle ben coperta.
E lì, nel giornale locale letto due volte, si sente che gli esseri umani creano rapporti sulle note, di chi suona e di chi ascolta. Se le distorsioni sono di troppo si suona pulito, si torna alle origini, alla ballata più intima.
Puoi fuggire con una scimmia e pare di essere tra i Karate, a quel concerto che mi ha segnata senza nemmeno esserci stata.
In quel momento capisco che posso pure fare a meno delle zavorre e inizio a scrivere inclinato verso destra, verso il futuro.
La mestizia da codeina si dissolve negli occhi normanni di Gig.
La febbre interrompe il giro.
Lentamente risalgo in superficie, con le orecchie sorde, tra gli zampilli berniniani, tra i turisti ignari che lì ho vissuto in un mondo onirico, con una fender in mano che nemmeno so suonare.
1 commento:
Ci siamo chiesti cosa scrivessi. Adesso sappiamo che eri il sesto musicista...
B.
Posta un commento