lunedì 23 aprile 2012

Il jazz, questo s-conosciuto

A tutti piace dire qualcosa del jazz, soprattutto ai più franchi, che con assoluta sincerità si pronunciano: "A me fa due palle così!"
Il jazz è un modo di stare al mondo, una maniera di vivere, un trip mentale.
Io non ne capisco niente, ma mi piace da morire.
Periodicamente me ne faccio una dose. E' un po' come tornar su da un tuffo a mare, che d'improvviso risali a galla e prendi fiato: per me ascoltare jazz è quello. E' aria nei polmoni, è ossigeno nel sangue.
Il jazz pretende l'abbandono perché non puoi pretendere di seguirlo, di capirlo.
Il jazz è come l'amore: chiede fiducia assoluta e proprio come l'amore ti può deludere. Però a me, fin'ora, non è mai capitato.
Il jazz io non riesco ad ascoltarlo inciso, lo devo guardare. E puntualmente m'innamoro di ogni musicista, innamoramento che termina non appena finisce il pezzo.
Perché i jazzisti quando suonano sono in un mondo lontano e fanno facce stranissime e soprattutto son ben educati. Essì, voi non lo sapete, ma i jazzisti sanno stare al mondo. Perché prendono la tangente quando tocca al loro strumento e partono a fare cose arzigogolate e complicatissime, ma poi escono di scena delicatamente. Insomma, prendono parola con garbo e poi fanno passare l'altro strumento, un po' come l'uomo cedeva il passo alla donna nel varcare una soglia.
Io m'emoziono e non ci trovo davvero nulla d'intellettuale nel jazz. Almeno non nel jazz che ascolto io, almeno non in quello che piace a me. Conosco jazzisti di gran valore, o almeno credo che lo siano, vista la mia assoluta incompetenza. Ma se l'eccezionalità di un musicista è nell'emozionare, nel trascinare, nel far tracimare il cuore, allora io davvero sono fortunata: ieri sera ho ascoltato i Meeting Sounds Quartet e ne sono uscita migliore di quando ne sono entrata. Grazie.


1 commento:

Anonimo ha detto...

Grazie Angela, senza parole!!
Un abbraccio.
Claudio