Fui rimandata di latino in primo liceo classico. La professoressa buonanima mi disse testualmente: "So che di Plauto parleresti per ore, ma non conosci la grammatica". Aveva ragione: amavo la letteratura e odiavo la grammatica, per la pessima memoria che mi ritrovo e che tutt'ora mi impedisce di fissare le declinazioni e le coniugazioni. Forse, però, se avessi saputo quanto negli anni avrei poi desiderato logica nella mia vita, mi sarei sforzata di più.
Adesso insegno anche latino e, benché io non sia geniale nel tradurre e sebbene abbia bisogno di ricorrere a qualche libro per ripetere le norme o a qualche amica per tradurre, amo questa lingua con tutta me stessa.
Il latino è una lingua logica, flessa e razionale. Imparato il meccanismo, seguendo la logica che lo caratterizza, riesci sempre a cavartela. Ha un senso, un modo, una regola.
Puoi non essere perfetta, puoi non essere poetica nel tradurre, ma il soggetto lo trovi e il predicato pure. Il dizionario ti aiuta; ci sono i traduttori.
Il piacere di leggere Virgilio o di godere della retorica di Cicerone e di quella terza persona di Cesare, sono diventati una piccola gioia quotidiana.
Perché lì so "perché", capisco "cosa", "come" e "quando". Un motivo c'è sempre.
E invece nella mia vita sono troppe le domande a cui non so rispondere, sono troppe le cose che capitano senza apparente o reale motivo. Nella mia vita difficilmente trovo il verbo e il nominativo. Troppo spesso sono costretta a fare una delle cose peggiori: tradurre a senso, perché una logica non c'è.
1 commento:
io ogni tanto traduco in portoghese...
A. D.
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